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San Salvatore Minore PDF Stampa E-mail

Il monastero sorgeva a 4 km da Scandriglia e fu fondato da S. Domenico da Foligno (sec. X-1031).Dedicato  a  S. Salvatore (a dis tinguerlo dall’altro famoso in onore del Salvatore, eretto fin dal secolo VIII sul Monte Letenano, questo di Scandriglia fu intitolato Minore), ne fu primo abate S. Domenico da Foligno (secolo X-1031), che qui cominciò la sua vita eremitica. La sua fama attrasse il Marchese Uberto (morì a Toffia nel 1003), il quale, in qualità di commendatario di Farfa, subì le ammonizioni del santo per l’amministrazione del patrimonio di Scandriglia: Uberto volle riscattarsi con la costruzione di un monastero nelle proprie terre; nacque così il monastero benedettino di S. Salvatore Minore e Scandriglia iniziò la sua storia di ricostruzione. Poco dopo il Santo stabilì che uno dei suoi monaci, Costanzo, facesse da superiore; Domenico si trasferì insieme ad un certo Giovanni sul monte Pizzi in solitudine.

Sembra che per quasi un secolo i Comites di Sabina abbiano esercitato ampi diritti di patronato su S. Salvatore di Scandriglia, poiché si sa che nel settembre 1083 il conte Todino tra gli altri beni che cedette all’Abate Berardo I di Farfa, vi comprese i castelli di Pietra Demone e Scandriglia colle relative chiese e monasteri. Nel marzo dell’anno seguente suo figlio Erveo ripeté per proprio conto quella cessione, nominando: meam portionem de ecclesia sancti Salvatoris in Scandrilla, esigendone tuttavia poco dopo ampio compenso con la restituzione degli immobili del reatino che il nipote aveva ceduto a Berardo.

In seguito alla donazione di Todino e di Evreo, sembra che i diritti di patronato sul monastero di S. Salvatore di Scandriglia concessi ai farfensi si siano rassodati, poiché nel secolo XIII la badia veniva considerata come realmente soggetta all’alta giurisdizione dell’Abbas pharphensis, tanto che nel 1125 l’abate Adinolfo I la enumera tra i beni della mensa conventuale dei monaci di Farfa. Fu proprio Adinolfo che pensò di insediare in S. Salvatore una colonia di monaci cistercensi; bisogna premettere che Adinolfo, prima di salire sul trono farfense, era stato Domini Salvatoris reverendissimum eguminum, del monastero Scandiliano. Da principio Innocenzo I scrisse egli stesso a San Bernardo per indurlo a favorire Adinolfo, ma dopo che l’abate di Chiaravalle ebbe inviato a San Salvatore una colonia dei suoi cenobiti con a capo Bernardo da Pisa (che divenne poi papa con il nome di Eugenio III), sorsero una serie di difficoltà per cui i nuovi venuti si smarrirono d’animo, come appare dalle due lettere del 1140 che Bernardo scrisse sia al papa che a San Bernardo. I cistercensi furono così trasferiti dal papa a Roma alla metà del 1140.

Dopo Innocenzo II, la storia della badia Scandiliana tace sino al tempo di Gregorio IX, del quale abbiamo una bolla del 27 maggio 1235 su una lite insorta tra il vescovo sabinate e l’abate Scandiliano. Qualche tempo dopo, i vincoli tra San Salvatore e Farfa andarono sempre più stringendosi, man mano che la giurisdizione ecclesiastica dell’abate farfense sul territorio badiale sostituì interamente quella del vescovo sabinate. Fu così che verso la fine del XIII secolo, essendo rimasta vacante la sede Scandiliana, fu direttamente l’abate di Farfa che vi nominò il monaco Gregorio, destinato a salire il 1° agosto 1311 sul soglio stesso dell’Abbazia imperiale. Degli antecessori di Gregorio sulla cattedra Scandiliana, dopo il fondatore S. Domenico, il suo discepolo Costanzo e Bernardo da Pisa, non sappiamo nulla; si conosce soltanto il nome di un certo Abbas Iohannes rivelatoci da un’epigrafe esistente nella chiesa di S. Nicola di Scandriglia, senza alcuna nota cronologica, ma che paleograficamente può essere collocata tra il XII ed il XIV secolo (oggi nell’Abbazia di Farfa, a cui fu donata nel XV secolo).

Durante la reggenza della badia di Scandrilia di Gregorio, sappiamo, da un breve di Bonifacio VIII al cardinale Giovanni Buccimazza vescovo di Tuscolo, che qualche tempo prima del 2 marzo 1304, data della lettera pontificia, gli enfiteuti farfensi di Scandrilia e Pietra Demone si erano sollevati contro i monaci. L’abate di Farfa Iocerando, istituito un processo contro di loro, li dichiarò decaduti dai loro diritti e Bonifacio VIII, confermando tale sentenza, volle però che l’enfiteusi fosse concessa alla famiglia del cardinale Giovanni Buccimazza, i cui eredi avrebbero dovuto prestare all’abate giuramento di fedeltà e vassallaggi.

Qualche tempo dopo ai Buccimazza succedettero i Savelli; i monaci non si rassegnarono e, mentre Giacomo Savelli era a Roma, il 16 ottobre 1337 dalla Rocca di Scandrilia, l’abate di Farfa nominò Stefano Colonna e Rinaldo Orsini difensori della piazza forte e suoi luogotenenti generali. Giacomo Savelli alla notizia marciò su Scandriglia, ma l’intromissione dei senatori del vicario papale e di altri membri della nobiltà romana riuscirono a dividere i contendenti. Nel 1393 Francesco Orsini, duca di Gravina e prefetto di Roma, riuscì a farsi concedere dall’antipapa Giovanni XXIII l’enfiteusi perpetua della rocca e del territorio di Scandriglia per lui e per i suoi discendenti legittimi in linea maschile dietro l’annuo censo si 10 libbre di cera da presentarsi a Farfa per la festa dell’Assunta. Nel 1453 il Papa Niccolò V confermò quanto indicato nel 1393, che nel 1492 rinnovò a sua volta il cardinale Giambattista Orsini, abate commendatario farfense (nel 1639 la linea di Francesco Orsini si estinse ed Urbano VIII ordinò che il feudo fosse devoluto alla Camera Apostolica).

Il monastero di San Salvatore finì anch’esso per divenire semplice grangia dei monaci di Farfa. Nel 1338 ne era abate certo Pietro Iacobitti da Rieti, vicario generale di Giovanni IV di Farfa. Sappiamo dagli atti della visita episcopale della diocesi sabina compiuta nel 1343 che a questo tempo sottostava a San Salvatore di Scandrilia la badia femminile di S. Paolo di Poggio Nativo. Nel 1404 era abate di S. Salvatore un certo fra Benedetto; dopo di lui, ma non si conosce il periodo, resse il cenobio Giovanni di Buccimazza, che fu l’ultimo abate claustrale.

La commenda non risparmiò neanche questo piccolo monastero, infatti il cardinale Giovanni Battista Orsini nel 1497 procurò che gliene venisse riservata la collazione alla prima vacanza della sede. Il 1° settembre dell’anno successivo, papa Alessandro VI gli concesse il monasterium Sancti Salvatoris de Scandrilia, alia Acucelli, quod vacabat per obitum fra tris Nicolai de Buccamatiis illius abbatis.  Così si chiuse la serie di abati di S. Salvatore, mentre il monastero era stato abbandonato dai monaci e lasciato all’incuria.

Nel 1477 il cardinale Orsini rinunciò alla commenda di S. Salvatore di Scandrilia in favore della mensa conventuale di Farfa; l’atto di conferma pontificia di papa Alessandro Vi è in data del 3 maggio 1497, in cui il papa, essendo l’entrata di S. Salvatore solamente di 40 fiorini d’oro, soppresse in esso la dignità abbaziale ed ogni carattere giuridico di conventualità, aggregandolo semplicemente alla mensa patrimoniale che costituiva la mensa conventuale dei cenobiti farfensi. Prima cura dei monaci di Farfa fu d’istruire un’inchiesta per rivendicarne lo sperperato patrimonio, ma il patrimonio territoriale di S. Salvatore ricavato dal catasto di Farfa fa notare che non fu la penuria di redditi, ma l’indolenza degli abati ed il poco zelo per la religione quello che mandò in rovina S. Salvatore. La chiesa e le fabbriche vennero successivamente ingrandite e restaurate, perché dovevano servire da villeggiatura ai monaci per tre mesi l’anno, mentre per il resto dell’anno S. Salvatore rimase chiusa ed incustodita.

Nel 1589 Sisto V diede il colpo di grazia allo stato farfense, incorporando il territorio con le sue ragioni giurisdizionali alla Camera Apostolica. Tale stato di cose si protrasse sino alla metà del XIX secolo, quando Gregorio XVI nel 1839 abolì la giurisdizione episcopale del commendatario di Farfa per creare la nuova diocesi di Poggio Mirteto, quindi dopo il 1876 il R. Demanio prese possesso degli ultimi avanzi dell’eredità abbaziale di Scandriglia.

Descrizione:

Costruito secondo una pianta rettangolare, al piano terra del monastero c’erano le officine, al piano superiore le stanze dei religiosi, contava due cortili: uno all’interno del monastero per ogni direzione e l’altro esterno dove l’abate incontrava i fedeli. La chiesa situata a sinistra dell’ingresso principale aveva tre altari ed alcune nicchie con arredi in marmo ed in legno. L’altare maggiore, con il tabernacolo al centro, aveva decorazioni e miniature dei quattro evangelisti, c’era inoltre l’altare di San Benedetto con quadro e quello dell’Ascensione di Gesù Cristo. Con il passare degli anni la chiesa si arricchì di vari lavori ed opere d’arte come il quadro della Vergine di Farfa tra i SS. Benedetto e Scolastica, di un quadro del Crocifisso ecc.

Nel 1235 San Salvatore Minore è citato, per la questione giurisdizionale tra il vescovo di Sabina e l’abate scandrigliese, dal pontefice Gregorio IX. Nel 1311 il monaco Gregorio, originario di Scandriglia, fu eletto abate di San Salvatore ed incontrò varie difficoltà: gli enfiteuti farfensi di Scandriglia e Petra Demone si erano sollevati contro i monaci provocando incendi, rapine ed insidie. L’abbazia di Farfa perdeva i suoi antichi diritti sulle terre di Scandriglia, concessi in enfiteusi a Pietro di Scandriglia e a Gregorio Toletto di Roma. L’abate farfense Iocerando istituì un processo contro di loro, li dichiarò decaduti e colpevoli della ribellione mentre il monaco Gregorio (figlio di Pietro) fu scomunicato. Era l’inizio della lenta ma inarrestabile decadenza di San Salvatore. Il prezioso patrimonio culturale iniziò a disperdersi ed il monastero fu trascinato nella miseria morale, intellettuale e materiale. Per volere papale l’enfiteusi fu concessa alla famiglia del cardinale Buccimazza, a cui seguirono i Savelli. I monaci nominarono loro luogotenenti generali e difensori i capitani Stefano Colonna e Rinaldo Orsini ma placata la contesa, la nobile e potente famiglia romana degli Orsini riuscì nel 1393 a farsi concedere l’enfiteusi perpetua. Dopo un’agonia prolungata per un secolo nel 1497 il monastero venne chiuso e l’ultimo abate fu Giovanni Buccimazza. Il monastero deserto di monaci e dalle mura abbandonate e cadenti fu trasformato in una fattoria. Nel 1589 Sisto V incorporò il territorio della mensa conventuale, con le sue ragioni giurisdizionali, alla Camera Apostolica mentre nel 1639, con l’estinzione della linea maschile di Francesco Orsini, si aprì una serie processuale con la famiglia Palmieri in prima fila. Nel 1839 Gregorio XVI abolì la giurisdizione episcopale del commendatario di Farfa per creare la nuova diocesi sabina e quindi nel 1876 il Regio Demanio prese possesso degli ultimi avanzi dell’eredità abbaziale di ScandrigliNotizie sul monastero di San Salvatore si trovano anche negli atti della visita pastorale del Corsini. Dagli “Acta S. Visitationis Scandriliae” si legge: chiesa del Salvatore.

Tre sono gli altari ricordati: quello del Salvatore, quello di S. Scolastica e quello di S. Benedetto Abate. Notizie sul monastero di San Salvatore si trovano anche nei documenti della visita pastorale di mons. Canali (suffraganeo dell’Odescalchi) che visitò Scandriglia il 4 ottobre 1835. Dai suddetti documenti leggiamo: “circa due miglia da Scandriglia esiste un monastero olim abitato dai Benedettini, con chiesa annessa detta Granscia S. Salvatore. Questo da 30 anni a questa parte è stato dato in totale enfideusi alli Signori Palmieri…” Il Vescovo non visitò quest’ultimo convento per il rifiuto netto del Palmieri appoggiato in questo dall’abate di Farfa che “ordinò all’enfiteuta che avesse messo la sua personale protesta se il Suffraganeo voleva visitare detta chiesa di sua giurisdizione; che però avendo il Prelato risaputo tutte queste cose per non compromettere l’Eccellentissimo gli fece il suo rapporto”. Negli atti di quest’ultima visita pastorale è menzionata anche la chiesa del SS. Salvatore.

 

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