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Quelle raffiche di mitra del 24 aprile ’44. Per non dimenticare PDF Stampa E-mail

eccidio monteleone sabinoSessantasei anni fa l’eccidio di Monteleone Sabino. Il massacro raccontato da chi si è salvato: “Ci hanno costretti ad assistere all’esecuzione dei nostri compesani”

“Oh viandante… soffermati! Il 24 aprile del 1944 noi, qui, innocenti, morimmo stroncati dalla mitraglia tedesca. Va e narra al mondo intero il nostro sacrificio!”. Così la popolazione trebulana commemora i suoi eroi.

Ci sono eventi nella storia di una comunità che meritano di essere ricordati, perché appartengono alla nostra identità nazionale e popolare.

Il 24 aprile del 1944, a Monteleone Sabino, alle ore 19:30, in una cupa serata di pioggia, dieci innocenti furono trucidati per mano nazista. Come sempre accade in questi casi, nessuna ragione può legittimare tale tragico accadimento. All’origine della rappresaglia vi fu il rinvenimento del cadavere di un soldato tedesco, assassinato, sembra, per motivi di natura passionale. Anche in questa occasione i tedeschi non mancarono di applicare la legge che prevedeva la condanna a morte di dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso. E così persero la vita Giuseppe Angelici, Giovanni Capitani, Angelo Tomassetti, Angelo Allegrini, Giuseppe e Luigi Petrini, che erano padre e figlio, Felice Rossi, Giuseppe Lupi, Angelo Bonanni di Monteleone Sabino e lo sfortunato Egisto Fornara di Varco Sabino.

Quest’ultimo si trovava di passaggio sulla via della morte e fu fucilato insieme agli altri nei pressi del fontanile di Santa Vittoria, a Monteleone, dove oggi sono depositate le compiante lapidi. Tra di esse figura anche quella di Aurelio Mancia, di Pozzaglia Sabina, ammazzato il 10 giugno dello stesso anno e nel medesimo luogo, per motivi non legati alla vicenda dell’eccidio.

Abbiamo diverse testimonianze su ciò che accadde quel giorno. Terzo Orsini, all’epoca sedicenne, fu catturato in località “Peorella”, a Poggio Moiano e fu portato a Santa Vittoria; tuttavia, approfittando di un momento di distrazione dei tedeschi, riuscì a mettersi in salvo. Infatti, come lui stesso racconta, fu aiutato da alcune contadine che stavano mondando il grano nelle vicinanze; saltò in mezzo ai mucchi d’erba accatastati dalle donne e vi trovò riparo. I tedeschi spararono in aria, ma non impedirono la sua fuga, anche se lui stesso dichiara che si sentiva “più morto che vivo”. Terzo si rifugiò sulle montagne e non tornò in paese fino alla ritirata dei tedeschi.

eccidio di monteleone sabinoUn altro testimone, Nicola Ioannilli, un poggiomoianese allora diciassettenne, ricorda nitidamente quel tragico giorno. Racconta che la mattina del 24 aprile, prima della fucilazione, i nazisti cominciarono i rastrellamenti radunando decine di persone innocenti nelle campagne del circondario monteleonese. Si trovava in località Santa Adriana, dove era solito pascolare le sue mucche, quando improvvisamente arrivarono una decina di tedeschi che lo prelevarono insieme a Loreto Principessa, un suo compaesano.

I due vennero portati sul luogo del rinvenimento del cadavere e Nicola, che era venuto a sapere tramite la radio della tragedia romana delle Fosse Ardeatine, capì subito che avrebbe potuto subire la stessa sorte. In tutto furono raggruppate circa venticinque persone, tra cui la maggior parte erano di Poggio Moiano e il resto di Monteleone. I poggiomoianesi, successivamente, furono liberati tramite l’intervento del comandante delle truppe tedesche, d’istanza proprio a Poggio Moiano, che, insieme a Fiorenzo Fioravanti, capo della Milizia Fascista di Poggio Moiano, spiegarono al maggiore delle SS, comandante del plotone d’esecuzione, che essi nulla avevano a che fare con la morte del loro commilitone.

A questo punto vennero formati due gruppi: il primo composto da monteleonesi, il secondo da poggiomoianesi. Il primo gruppo era costituito da otto persone, numero tuttavia insufficiente per procedere all’esecuzione. Per questa ragione, i tedeschi decisero di prendere un semplice uomo di passaggio, Egisto Fornara appunto, che da Passo Corese si recava a Varco Sabino. A nulla servirono le sue grida disperate: ”Signor Comandante io non c’entro niente… vengo da Fara Sabina a piedi!”, ricorda ancora Nicola.

I nazisti, freddi ed inflessibili, lo aggiunsero dunque tra i condannati a morte. Tuttavia ne mancava ancora uno, perciò fu preso Domenico Desideri dal gruppo dei poggiomoianesi; ancora una volta, però, intervenne Fiorenzo Fioravanti, che ribadì al Maggiore l’estraneità dei poggiomoianesi all’accaduto, riuscendo a convincerlo. Allora fu preso l’anziano Giuseppe Petrini, padre di Luigi, che era già in attesa del suo triste destino. Allora il plotone eseguì l’ordine di fucilazione. Nicola  racconta che, a questo punto, lui e gli altri appena salvati furono costretti ad assistere all’esecuzione di fianco al plotone.

Le dieci persone da giustiziare furono collocate vicino al cadavere del tedesco, in modo che, una volta uccisi, cadessero su di esso. A freddarli furono due raffiche provenienti da due armi differenti e, una volta morti, il colpo di grazia con la pistola. L’eco dell’avvenimento colpì profondamente le comunità dei paesi limitrofi, che da tempo avevano abbandonato i centri abitati a causa dei continui attacchi aerei degli Alleati. A Poggio Moiano si respirava un clima di vero e proprio terrore; a questo proposito, Mario Scardocci racconta che la semplice vista di un tedesco addormentato sotto un albero provocò la fuga di moltissime persone, che lo credevano morto, tanto che il paese si svuotò in pochissimo tempo.

L’eccidio di Monteleone rappresenta una delle tante drammatiche pagine della nostra storia e merita di essere ricostruito per mantenere viva la memoria storica, affinché il sangue versato non venga dimenticato e le voci di chi è testimone non restino inascoltate.

Comunità dei Giovani di Poggio Moiano (Aprile 2010)

 

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