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Pecione, il calzolaio poeta PDF Stampa E-mail

Giuseppe Coccia detto Pecione nacque a Poggio Moiano il 3 aprile del 1882 dove morì la sera del 27 ottobre 1934. Figlio di Costantino, bracciante agricolo e Annamaria Renzi contadina la quale morì il 6 febbraio 1889; un evento, questo, che segnerà profondamente il carattere del poeta e gran parte della sua poesia.

Impara presto il mestiere di calzolaio che esercitò per tutta la vita presso la sua abitazione in via Pacina dove nel cassetto dei suoi attrezzi non mancava mai un quaderno dalla copertina nera e un mozzicone di lapis. Recentemente e' stata posta una targa che ricorda la sua attività di artigiano e poeta nella sua vecchia abitazione al civico 18.

Conosce Palma Cicolani, figlia di Angelo e Marianna Braconi, che sposa il 13 settembre 1901. Dalla loro unione nasceranno Vincenzo, Costantino, Carlo, Anna Maria, Nerio, Sauro detto Gino e Torquato Otello. Decide di imparare a leggere e scrivere soltanto a 19 anni come autodidatta, non potendo permettersi di sacrificare ore di lavoro per andare a scuola. Il dato sull'analfabetismo di Giuseppe Coccia emerge dall'atto ufficiale delle pubblicazioni di matrimonio. I libri ritrovati nella casa di via Pacina, molti dei quali erano stati bruciati dalla moglie per accendere il fuoco, testimoniano il desiderio di conoscere l'arte e lo stile dei poeti classici e anche dialettali.

La targa presso l'abitazione di Pecione

Giuseppe Coccia fece il servizio militare: questo si desume da una poesia in lingua italiana ad un Tenente, i cui versi sono legati ad un simpatico incontro tra il suo comandante e una ragazza che risciacquava i panni sulla riva di un fiume. Tutto si svolse durante un'esercitazione militare: il Capitano della compagnia sfidò la vena poetica del soldato Coccia promettendogli una licenza se fosse riuscito a tradurre in versi quella situazione. Pecione vinse la sfida e tornò a casa in licenza premio (aneddoto raccontato dai figli di Anna Maria e Sauro).

La produzione poetica di Pecione in forma scritta non è conosciuta per intero, ma ci sono due opere pubblicate: la prima nel 1908 e l'altra nel 1931 (stampata presso lo Stabilimento Tipografico del Cav. Saviioli, Roma), che corrispondono rispettivamente alla pubblicazione e alla ristampa del libro Pecionate Sabine. La prima opera raccoglie 32 poesie, mentre la seconda, ripropone 19 vecchie poesie e 30 nuovi canti. I due libri portano in calce le note di Angelo Aimme.

Pecionate Sabine, 1931

La poesia di Pecione rappresenta una fotografia della società italiana nei primi anni del '900. Una vita contadina, umile, piena di stenti e di miseria, ma ricca di sentimenti verso la famiglia, i figli e il lavoro.

Un calzolaio affamato, una delle poesie più apprezzate e conosciute di Giuseppe Coccia, che non è altro che la biografia dell'autore stesso, racconta di una vita di sofferenza e fame, una vita che egli stesso rifiuta di accettare. Ispirandosi a questa, e ad altre poesie la Compagnia Teatrale Vicolo Primo ha realizzato un'opera teatrale in dialetto che racconta la vita del calzolaio poeta, dal titolo Signore te rengrazio.

Così Luigi Melilli, nel 2009, raccontava di questa commedia: "Si tratta di una commedia assai significativa e vivace, in cui lo spirito di Poggio Moiano si esprime nella sua più pura genuinità, insieme popolaresca e piena di contenuti umani e poetici. Come sempre accade quando si scrive un lavoro autenticamente popolaresco non mancano mai modi di dire vivaci ed espressivi, quanto umanamente coinvolgenti. Le vicende del lavoro, ispirate tutte alla più genuina forma del vivere paesano, sono intermezzate ogni tanto da una poeisa del grande Pecione, che fu la voce più genuina del paese e nel contempo la più attiva, la più tribolata e la più frequentata da chi passava dinanzi a casa sua, dove spesso teneva "u banchittu" da calzolaio, suo mestiere. Se io mi sono innamorato del nostro dialetto è per Pecione, che mi spingeva a cantà e puisie mei. E' per questo che io ho scritto poesie in poggiomoianese. La Poesia di Pecione ha avuto ed ha ancora  sicuramente questa grande virtù di affratellarci tutti."

Giuseppe Coccia si cimenta anche in sonetti patriottici, in poesie come Austria, Francesco Giuseppe e Trieste. Questi sonetti erano molto sentiti dalla popolazione, e non solo da quella di Poggio Moiano, perché tutti avevano avuto qualcuno che era stato a combattere nella grande guerra. Grande guerra che fu l'autentico compimento dell'unità nazionale, dal momento che fu lassù, sulle Alpi che gli italiani impararono a soffire e a morire insieme, indipendentemente dal censo o dalla provenienza (Melilli L., Mo defilacciu e spalli gna c'aggruja, 2000) .

Tra le altre, molto caratteristica per Poggio Moiano, è La Pastorale, in cui l'autore loda l'attività di musicista del compaesano Giovanni Melilli, autore tra l'altro dell'Inno Universitario Italiano. Merita di essere citata anche Botta e Risposta, una sorta di litigio tra la madre di una ragazza e il suo presunto fidanzato che si sfidano a colpi di insulti in rigoroso dialetto poggiomoianese.

Pecione nella sua bottega di via Pacina

Così scriveva Giuseppe Tancredi sulla rivista Lazio Ieri e Oggi, in un articolo intitolato Poggio Moiano e le Pecionate Sabine, dell'agosto 1987: "Poco più di cinquant'anni fa Poggio Moiano ebbe un momento di particolare notorietà in tutta la Sabina per l'apparizione, nel 1931, di un volumetto di poesia in vernacolo opera di Giuseppe Coccia, un calzolaio locale detto Pecione. Il libro, stampato dal romano stabilimento del Cav. Savioli, reca l'emblematico titolo di Pecionate Sabine. Contiene quarantanove poesie in cui è condensata una molteplicità di argomenti, per lo più autobiografici, a volte divertenti e maliziosi. Giuseppe Coccia è poeta popolare; egli scrive per i propri compaesani, per coloro che capiscono quel dialetto. I pregi della sua poesia sono l'istintività  e la semplicità; ed è sorprendente che un uomo di elementare istruzione abbia potuto esprimersi con tanta facilità - anche se con qualche improprietà stilistica - usando strutture metriche diverse, dal sonetto al verso sciolto, dall'ottava alla terzina e persino alla saffica...".

Pecione attraverso la sua opera, ha lasciato l'unica manifestazione letteraria del dialetto poggiomoianese. Nel 2000, viene stampato un altro libro intitolato Mo defilacciu e spalli gna c'aggruja a cura di Luigi Melilli. Questo libro presenta settanta poesie di Pecione, con traduzione in italiano e spiegazione per ognuna. Grazie a queste poesie, rilette e meditate, Luigi Melilli ha realizzato il Vocabolario del Dialetto di Poggio Moiano, ultimato di recente. Inoltre, in passato, ha scritto centinaia di poesie in dialetto poggiomoianese raccolte in diversi libri tra cui Se a robba ne venesse da levante del 1992 e Puggimianu meu ca mpiagne più del 1994.

Il 24 settembre del 2010 Luigi Melilli (conosciuto anche come Giggi e Franciscu e Vinciulu e de Mimmetta) consegna alla comunità di Poggio Moiano il Vocabolario del Dialetto Poggiomoianese; in occasione dell'evento il sindaco Sante Desideri gli consegna una targa di ringraziamento a nome di tutto il paese (guarda il video).

Alessandro Del Vescovo

 

 


 

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